Perché adoro Elizabeth Strout
(dal libro The things we never say)
Quando ero bambina mi concentravo moltissimo per immaginare come fosse la vita delle mie amiche. Ero convinta che se fossi riuscita a figurarmela nei dettagli – cosa sentivano la mattina al risveglio, che sogni facevano la notte, cosa pensavano a scuola, con cosa si divertivano – la mia anima sarebbe potuta migrare dentro di loro.
Così, finalmente, avrei capito cosa si prova a essere qualcun altro.
Avrei cominciato con l’amica che aveva giochi bellissimi e una mamma che mi sembrava molto gentile, poi avrei provato quella che aveva gli occhi verdi e che poteva fare il bagno nella vasca con un sacco di schiuma (a casa mia era vietata, chissà perché).
Ho fatto esercizi di immedesimazione per tutti gli anni delle elementari, con la stessa fiducia con cui mia figlia, parecchi anni dopo, ha atteso la lettera daa trasferirmi in un’altra persona, ma la spiegazione che mi sono data non riguardava me: era che gli altri, nello specifico le mie amiche, non raccontano mai abbastanza di sé perché si possa immaginare davvero cosa si prova a essere loro.
Per avere un barlume di comprensione di cosa sentono gli altri, mi sono accontentata del solo modo a portata di tutti: leggere.
Io non so se anche Elizabeth Strout, da bambina, pensasse di poter ‘trasmigrare’ nel corpo, nella mente, nella vita di un’altra persona semplicemente immedesimandosi in lei. Ma sapere cosa si prova a essere un altro è il tema attorno a cui ruota la sua opera letteraria.
Nei suoi romanzi ci sono personaggi che si tormentano per l’inconoscibilità dell’altro e per l’impossibilità di far conoscere davvero se stessi; c’è l’eterna domanda: perché le persone non dicono mai qualcosa di vero? Non nel senso che mentono, ma che omettono ciò che conta davvero. Se lo chiede Artie, il protagonista del suo ultimo romanzo, ma se lo chiede anche Lucy Barton, se lo chiede Jim Burgess, se lo chiede Olive Kitteridge… Se lo chiede la Strout con sempre maggiore urgenza via via che cresce come scrittrice, e lo urla nei titoli stessi dei suoi libri: ‘Tell me everything’, ‘The things we never say’.
Quando incontrai Elizabeth Strout per un’intervista, nel 2013, mi sembrò di ritrovare una persona che avevo già conosciuto in qualche tempo remoto.
Come canta Jess Viscius dei Bnny:
You remind me of a place I used to know
And you remind me of a feeling I once had
Come colonna sonora mi sembra perfetta per per l’ultimo romanzo di Elizabeth Strout.
And you remind me that love always doesn’t find a way
Love always doesn’t find a way
L’amore non sempre trova una strada.
Mi sembra che l’avrebbe potuta cantare anche Artie Dam.
Ma a volte l’amore la strada la trova…
Ho letto ‘The things we never say’ in versione originale (in italiano è appena uscito per Einaudi).
Vi lascio un breve percorso di citazioni. Susanna Basso lo avrà tradotto magistralmente come sempre, qui le traduzioni sono le mie, chiedo venia – tradurre è una delle arti più complicate che esistano.
In esergo:
Loliness does not come from having no people about one, but from being unable to communicate the things that seem important to oneself, or from holding certain views which others find inadmissible”.
[Carl Jung]
He loved her, but he was not remotely in love with her. It was that he could be himself with her; he realised this only later.
L’amava, ma non era minimamente innamorato di lei. Era il fatto che con lei poteva essere se stesso; se ne rese conto solo più tardi.
I wonder why people never say anything real.
Mi chiedo perché le persone non dicano mai niente di autentico.
Each man is an island.
Ogni uomo è un’isola.
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