il ritorno: racconto breve
Scritto da: Bianca Rita Cataldi
Ma nonostante tutto, lei amava quella casa. Il borbottio familiare della caffettiera sul fornello, quel suono amabile che, per un qualche strano motivo, le ricordava suo nonno e le filastrocche che cantava di tanto in tanto.
Amava il giardino e il profumo delle peonie e il rumore che faceva il sole sfrigolando sui rami degli alberi. E le chiavi arrugginite che non aprivano più le porte, tutte quelle porte chiuse per sempre su un passato che lei non ricordava, perché non era mai stato il suo presente.
La casa dei suoi nonni.
Il silenzio della loro assenza dietro il divano del salone, lì dove si nascondeva il gatto, quando ne avevano uno. E il carillon. Suonava stonato ed era vecchio e stanco, e cigolando sbadigliava i suoi mille anni di ruggine, le mille generazioni di bambini che aveva addormentato col suo canto.
Lei si guardava intorno, nella casa vuota. C’era un pendolo, alla fine del salone, che funzionava ancora. E dentro, il tempo. Il tempo delle granite al limone fatte in casa e della torta di mele, il tempo delle costruzioni colorate che costruivano sogni di domani, e ricordi di ieri, persi a rincorrersi nello svolgersi delle tende, tra le pieghe dei giorni già lontani per sempre.
E lei, in piedi, guardava le lancette portare avanti il tempo, spingere i minuti e allargarli in ore, stenderli sul giorno sino al tramonto del sole. E lei, in piedi, lì dove era stata bambina. Lei, ormai donna, aveva nelle mani la polvere dei mobili e la luce del tramonto, nelle sue mani e tra le unghie mangiate come quand’era piccola.
E ricordava se stessa con le trecce che le facevano male, e i ferretti nei capelli, e l’acqua di colonia della nonna. L’anello col brillantino del nonno, che poi si perse il brillantino e fu inutile cercarlo nei riverberi del sole per casa.
Casa.
Nonostante tutto, lei l’amava. Amava quei muri appesantiti dai quadri e bucati dai chiodi come lobi di orecchie. Andò in cucina per preparare il caffé. I fornelli funzionavano ancora e il caffé l’aveva portato lei, dalla sua casa. Ma la caffettiera era quella dei nonni, e l’odore era quello di tutti i risvegli, al pomeriggio, dopo il pisolino pomeridiano. L’odore della nonna mentre alzava la serranda del soggiorno e lasciava entrare la luce delle quattro, già quasi vicina al tramonto. E il borbottio della caffettiera. La gioia gorgogliante del caffé bollente. E le filastrocche del nonno, con tutte quelle parole rimate che giocavano a nascondino dietro i mobili. Tutte quelle parole.
La casa deserta.
E lei, nel tempo.
Il ricordo.
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